Aldo Cazzullo

Era una meravigliosa giornata di sole, che all’improvviso si era rabbuiata. Il temporale è arrivato violento. Di solito in Italia una scena simile si accompagna a panico, traffico congestionato, fughe di passanti, imprecazioni contro il destino avverso. Invece gli abitanti del villaggio sono usciti per strada sorridendo. Molti erano insaponati, e hanno fatto la doccia sotto l’acquazzone: in casa non hanno l’acqua corrente, e la stagione delle piogge torna utilissima. Credo che i miei figli, per i quali l’acqua corrente non è una conquista ma un’ovvietà, non potessero avere ammaestramento migliore dal popolo thailandese, in quel giorno dell’agosto 2015.

La cosa che colpisce di più della Thailandia non sono i templi, per quanto meravigliosi. Non è la natura lussureggiante. Non sono i fiumi tanto più ampi dei nostri. La cosa che colpisce di più della Thailandia è la gente. E’ il fatto che si possa trovare in un angolo il XXI secolo e all’angolo successivo il Medioevo; che si possa passare un mese tra persone infinitamente più povere di noi senza suscitare non dico un gesto ostile ma anche solo uno sguardo di invidia. Forse perché siamo noi che abbiamo molto da invidiare a loro: l’arte del sorriso, la compostezza, la misura, il senso dell’estetica, il talento di guardare all’essenza delle cose.

E’ straordinario il rapporto che hanno i thailandesi con l’acqua. La vita è segnata dagli acquazzoni, appunto. Ed è molto legata ai fiumi. Purtroppo alcuni tra i mercati galleggianti sono diventati un’attrazione turistica, e hanno perso un po’ del loro fascino. Ma basta uscire dagli itinerari più battuti per trovare bambini che si tuffano dalle palafitte, i loro fratelli maggiori che si occupano dei buoi e degli altri animali, i loro padri che hanno costruito con i fiumi un rapporto sapiente, mutando in ricchezza le forze della natura che lasciate a mani inesperte potrebbero procurare disastri.

Bangkok è diventata un brand internazionale, un’icona del mondo globalizzato: come la Ferrari, il sushi, il Barcellona, Van Gogh, Banksy. E’ tra le città più famose al mondo. Ha dato il titolo a un successo della discomusic Anni 80 – “One night in Bangkok” – e torna nell’ultima canzone di Giusy Ferreri e Baby K. Questo rappresenta un’opportunità ma anche un rischio: il visitatore può essere indotto a fermarsi alla superficie delle cose. Per fortuna l’ultima volta in cui sono passato dalla capitale era domenica, e ho potuto portare i ragazzi al mercato di Chatuchak. Pareva di essere nel quarto e nel quinto giorno della creazione, quello in cui furono creati gli animali del cielo e della terra. (I miei figli mi hanno preso molto in giro perché ho chiesto a un poliziotto dove fossero i combattimenti di galli, che sono vietati dalla legge, o almeno così era scritto sulla guida. Ho avuto la mia rivincita quando, a Chang-Mai, Rossana ha passato una giornata ad accudire gli elefanti; e quando è salita sulla testa di uno di loro, lui si è alzato in piedi ed è partito barrendo, lasciando la ragazzina in un misto tra divertimento e spavento).

Poi si finisce inevitabilmente al mare. Tra la folla cosmopolita di Koh Samui e quella sportiva e avventurosa di Koh Tao. E allora ti accorgi di come sarà il mondo che ci attende: una commistione di parole, odori, sapori, abiti, in cui l’Oriente e l’Occidente si incontreranno, parleranno in quella lingua franca che è l’inglese dei viaggiatori, metteranno in comune i cibi e le spezie, rimescoleranno le carte e i codici genetici. (Ci sarà sempre qualcuno che preferirà gli spaghetti e la pizza; ma si sarà perso qualcosa). Per poi ripartire alla ricerca di un proprio spazio, magari in uno di quegli isolotti che affiorano con la bassa marea, dove una fiaccola accesa segnala che per quella notte il territorio è già stato conquistato.

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